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NAVA GIANCARLO

Ponte S. Pietro, 15 marzo 2020

Sulle orme di Cristo Buon Pastore, ha annunciato la Parola di Dio, ha celebrato i Sacramenti del Risorto; ha dato testimonianza fattiva di una carità operosa.

MISSIONARIO A DIFESA DEI POVERI IN PARAGUAY

Ha vissuto 43 anni in missione, di cui 21 fra le popolazioni più povere del Paraguay, non esitando ad alzare la voce in loro difesa, tanto da ricevere minacce. Don Giancarlo Nava nato il 31 marzo 1949 a Mozzo aveva maturata una forte sensibilità missionaria: scelse di entrare nella comunità «Redemptor hominis», composta da sacerdoti, religiose e laici, avviata nel 1970 a Roma per l'apostolato fra i poveri e riconosciuta canonicamente nel 1981 dal vescovo di Hasselt in Belgio. Così raggiunse le missioni africane in Camerun, dove il 26 aprile 1981 era stato ordinato sacerdote nella diocesi di Doumé, ma incardinato in quella belga. Il 1999 vede il suo arrivo in Paraguay, nella diocesi di San Pedro, dapprima a Capitano Bado e, infine, il periodo più lungo, nella parrocchia della Madonna della Mercede a Tacuatì, con una popolazione di 10.000 abitanti, sparsi su una superficie vastissima, raggiungibili soltanto risalendo fiumi, percorrendo strade disastrate e attraversando foreste. Per i contadini avviò una scuola di formazione, per studenti di ogni età spazi di studio e per gli adulti luoghi di formazione culturale. Aveva costruito varie cappelle sul vasto territorio per poter raggiungere tutti i fedeli. Considerando che il Paraguay è un Paese molto povero nonostante abbia buone risorse economiche e una terra molto fertile, Don Giancarlo Nava ha continuamente denunciato «il traffico di droga e di armi, la corruzione, l'arricchimento di molti politici a spese di altre persone e le carceri in stato primitivo, piene di ragazzi e di poveri». Per le sue denunce, aveva ricevuto serie minacce dai trafficanti di droga. Parlando della Chiesa del Paraguay, indicava nella formazione dei sacerdoti «la sfida principale», aggiungendo che la forte religiosità popolare andava rafforzata «da una solida educazione cristiana per colmare il divario tra fede e vita». Nel 2004 si era incardinato nella diocesi di Bergamo, pur restando in Paraguay. Prima di rientrare in Italia, aveva inviato questo messaggio agli amici: «Tornare dopo 43 anni è come passare dal giorno alla notte. Desideravo morire in queste terre con la mia gente». Ha vissuto 43 anni in missione, di cui 21 fra le popolazioni più povere del Paraguay, non esitando ad alzare la voce in loro difesa, tanto da ricevere minacce. Don Giancarlo Nava nato il 31 marzo 1949 a Mozzo aveva maturata una forte sensibilità missionaria: scelse di entrare nella comunità «Redemptor hominis», composta da sacerdoti, religiose e laici, avviata nel 1970 a Roma per l'apostolato fra i poveri e riconosciuta canonicamente nel 1981 dal vescovo di Hasselt in Belgio. Così raggiunse le missioni africane in Camerun, dove il 26 aprile 1981 era stato ordinato sacerdote nella diocesi di Doumé, ma incardinato in quella belga. Il 1999 vede il suo arrivo in Paraguay, nella diocesi di San Pedro, dapprima a Capitano Bado e, infine, il periodo più lungo, nella parrocchia della Madonna della Mercede a Tacuatì, con una popolazione di 10.000 abitanti, sparsi su una superficie vastissima, raggiungibili soltanto risalendo fiumi, percorrendo strade disastrate e attraversando foreste. Per i contadini avviò una scuola di formazione, per studenti di ogni età spazi di studio e per gli adulti luoghi di formazione culturale. Aveva costruito varie cappelle sul vasto territorio per poter raggiungere tutti i fedeli. Considerando che il Paraguay è un Paese molto povero nonostante abbia buone risorse economiche e una terra molto fertile, Don Giancarlo Nava ha continuamente denunciato «il traffico di droga e di armi, la corruzione, l'arricchimento di molti politici a spese di altre persone e le carceri in stato primitivo, piene di ragazzi e di poveri». Per le sue denunce, aveva ricevuto serie minacce dai trafficanti di droga. Parlando della Chiesa del Paraguay, indicava nella formazione dei sacerdoti «la sfida principale», aggiungendo che la forte religiosità popolare andava rafforzata «da una solida educazione cristiana per colmare il divario tra fede e vita». Nel 2004 si era incardinato nella diocesi di Bergamo, pur restando in Paraguay. Prima di rientrare in Italia, aveva inviato questo messaggio agli amici: «Tornare dopo 43 anni è come passare dal giorno alla notte. Desideravo morire in queste terre con la mia gente».    Ha vissuto 43 anni in missione, di cui 21 fra le popolazioni più povere del Paraguay, non esitando ad alzare la voce in loro difesa, tanto da ricevere minacce. Don Giancarlo Nava nato il 31 marzo 1949 a Mozzo aveva maturata una forte sensibilità missionaria: scelse di entrare nella comunità «Redemptor hominis», composta da sacerdoti, religiose e laici, avviata nel 1970 a Roma per l'apostolato fra i poveri e riconosciuta canonicamente nel 1981 dal vescovo di Hasselt in Belgio. Così raggiunse le missioni africane in Camerun, dove il 26 aprile 1981 era stato ordinato sacerdote nella diocesi di Doumé, ma incardinato in quella belga. Il 1999 vede il suo arrivo in Paraguay, nella diocesi di San Pedro, dapprima a Capitano Bado e, infine, il periodo più lungo, nella parrocchia della Madonna della Mercede a Tacuatì, con una popolazione di 10.000 abitanti, sparsi su una superficie vastissima, raggiungibili soltanto risalendo fiumi, percorrendo strade disastrate e attraversando foreste. Per i contadini avviò una scuola di formazione, per studenti di ogni età spazi di studio e per gli adulti luoghi di formazione culturale. Aveva costruito varie cappelle sul vasto territorio per poter raggiungere tutti i fedeli. Considerando che il Paraguay è un Paese molto povero nonostante abbia buone risorse economiche e una terra molto fertile, Don Giancarlo Nava ha continuamente denunciato «il traffico di droga e di armi, la corruzione, l'arricchimento di molti politici a spese di altre persone e le carceri in stato primitivo, piene di ragazzi e di poveri». Per le sue denunce, aveva ricevuto serie minacce dai trafficanti di droga. Parlando della Chiesa del Paraguay, indicava nella formazione dei sacerdoti «la sfida principale», aggiungendo che la forte religiosità popolare andava rafforzata «da una solida educazione cristiana per colmare il divario tra fede e vita». Nel 2004 si era incardinato nella diocesi di Bergamo, pur restando in Paraguay. Prima di rientrare in Italia, aveva inviato questo messaggio agli amici: «Tornare dopo 43 anni è come passare dal giorno alla notte. Desideravo morire in queste terre con la mia gente».

Amici e Parenti

i nostri incontri erano pochi ma ricchi di parole intense. mi mancherai

franca Mercoledì 6 Maggio 2020